Il giorno di Natale su Facebook ho letto un bellissimo post riassuntivo sul libro dello psicologo Viktor Frankl “Uno psicologo nei lager”. Frankl narra la propria esperienza da internato nei lager nazisti.
Stimolato quindi dal riprendere in mano il suo libro e sfogliandolo, l’occhio mi è caduto su questo passo: Viktor è nel lager, gli è stata tolta ogni cosa, perfino l’identità. Lui è ormai un numero: 119.114. Una mattina, mentre con i suoi compagni sta marciando in condizioni pessime verso il lavoro che li attende, guardando l’alba, gli si accende la fantasia. Dimentica le torture del campo e davanti ai suoi occhi compare la figura della sua amata moglie. Ne nasce una forte esperienza interiore.
Non è un’astrazione teorica, ma una scoperta esistenziale, uno scossone improvviso.
Ma lasciamo a lui la parola:
«D’un tratto, un pensiero mi fa sussultare: per la prima volta nella mia vita, provo la verità di ciò che per molti pensatori è stato il culmine della saggezza, di ciò che molti poeti hanno cantato; sperimento in me la verità che l’amore è il punto finale, il più alto, al quale l’essere umano possa innalzarsi. Comprendo ora il senso del segreto più sublime che la poesia, il pensiero umano ed anche la fede possono offrire: la salvezza delle creature attraverso l’amore e nell’amore! Capisco che l’uomo, anche quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la beatitudine suprema – sia pure solo per qualche attimo – nella contemplazione interiore dell’essere amato. Nella situazione esterna più misera che si possa immaginare, nella condizione di non potersi esprimere attraverso l’azione, quando la sola cosa che si possa fare è sopportare il dolore, sopportarlo a testa alta, ebbene, anche allora, l’uomo può realizzarsi in una contemplazione amorosa, nella contemplazione dell’immagine spirituale della persona amata, che porta in sé. […]
Davanti a me cade un compagno; quelli che gli marciano dietro, cadono anche loro. La sentinella accorre e li bastona senza pietà. La mia vita contemplativa è interrotta per qualche secondo, ma subito dopo la mia anima si innalza, si eleva nuovamente dalla mia esistenza di internato ad un mondo sovrumano e riprende il dialogo con l’essere amato. […] E capisco una cosa: l’amore non si riferisce all’esistenza corporea di una persona, ma intende con profondità straordinaria l’essere spirituale della creatura amata. […] Se la persona amata sia viva o no, io lo ignoro, né lo verrò a sapere (durante tutto l’internamento non potemmo scrivere né ricevere lettere), ma in questo momento ciò non ha alcuna importanza.»
Viktor Frankl
Ci sono momenti in cui la vita sembra ridursi all’essenziale e resta solo il modo in cui si sta dentro a ciò che accade. È in quello spazio vuoto che si comprende ciò che Viktor Frankl scopre nel lager: che l’amore non è un sentimento accessorio, ma il vertice dell’esperienza umana, capace di dare senso anche quando tutto il resto è stato tolto. Non si tratta di consolazione, né di fuga dalla realtà. Frankl formula qui una delle intuizioni centrali della sua logoterapia: anche quando l’uomo non può più agire, scegliere, cambiare le condizioni esterne, gli resta sempre uno spazio di libertà interiore. E in quello spazio, l’amore – persino solo contemplato, ricordato, custodito come “immagine spirituale” – diventa salvezza. È una resistenza silenziosa, un atto interiore che non cancella il dolore ma lo attraversa, rendendolo abitabile e sopportabile. È potentissimo anche il rovesciamento che propone: non è l’amore come mezzo per vivere, ma la vita che trova senso nell’amore, persino nel dolore e nell’assenza. Quando non resta che sopportare, quando ogni possibilità di espressione esterna è negata, l’amore diventa l’unico gesto ancora possibile – e proprio per questo trasformativo.
Mi collego per un momento a Dante, il quale conosce bene un’esperienza opposta, quella cioè della mancanza di amore, quella dello smarrimento totale. L’Inferno si apre infatti con una confessione che è prima di tutto interiore: «ché la diritta via era smarrita.» Non è solo una perdita di direzione morale, ma una perdita profonda del senso: l’uomo non sa più perché vivere, né verso dove andare. Il dolore, qui, non è ancora attraversato: è disorientamento, paura, chiusura. Nella selva oscura Dante sperimenta la mancanza di amore.
Frankl si muove, sì, nello stesso buio, il lager è la sua selva oscura, ma ne rovescia l’esito. Dove Dante sottolinea lo smarrimento, Frankl scopre un punto di resistenza. Quando tutto è inferno esterno – selva oscura o lager – l’amore diventa l’unico luogo non devastato, l’unica ancora di salvezza, lo spazio in cui l’uomo può ancora restare sé stesso e uscire, seppur con il solo pensiero. È però opportuno ricordare che Dante non si arresta nello smarrimento. Alla fine anche lui trova l’amore, quello supremo, cioè Dio, al cui cospetto Dante dichiara «L’amor che move il sole e l’altre stelle.»
L’amore che Frankl incontra nel punto più basso della storia, Dante lo colloca nel punto più alto del cosmo. Tra questi due estremi – lager e Paradiso – si disegna una stessa verità: l’amore non elimina il dolore, ma lo attraversa e gli impedisce di essere l’ultima parola.
Così, anche quando non si può più scegliere cosa accade, come nel campo di concentramento o nella selva oscura, resta sempre possibile scegliere come restare umani. In quell’atto interiore, fragile e incrollabile insieme, Frankl e Dante ci insegnano che l’uomo non evade dalla realtà: la attraversa, va oltre, e vi trova – contro ogni evidenza – una forma di salvezza.
Carlo Morriello

