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E SE LA VITA FOSSE GIÀ COMINCIATA? LA PAROLA AI CLASSICI


Viviamo spesso come se il meglio dovesse ancora arrivare.
Come se la vita fosse sempre un passo più in là e noi restassimo fermi ad aspettarla. Viviamo allora nel passato che ritorna come ferita o nostalgia, nel futuro che immaginiamo come salvezza.
Il presente, invece, lo attraversiamo distratti, come se fosse solo un corridoio da percorrere in fretta.
Eppure è proprio lì che si gioca tutto.
Già sant’Agostino, nel Libro XI delle Confessioni, aveva colto una profonda verità: il tempo non è un fiume esterno che scorre davanti a noi, ma una tensione interiore che accade nell’anima.
Il passato esiste come memoria, il futuro come attesa, ma il presente esiste come attenzione, come atto di coscienza che non deve dissolversi nel rimpianto o nell’anticipazione. Non a caso sostiene che «Il presente dell’anima è l’attenzione.»
E quando perdiamo l’attenzione, non perdiamo solo il tempo: perdiamo il contatto con noi stessi e lentamente smettiamo di sentirci vivi.
Questa intuizione diventa drammatica con Heidegger. In Essere e tempo l’uomo vive per lo più immerso nel “si dice”, “si fa”, “si pensa”: una vita impersonale, senza vera presenza, in cui ci muoviamo molto ma ci “sentiamo” poco. Tornare al qui e ora significa sottrarsi a questa dispersione e assumere il proprio tempo come finito, fragile, irripetibile. La presenza a sé stessi è responsabilità dell’esistere. E l’istante non è qualcosa che scorre via, ma il punto in cui l’uomo ritrova sé stesso.

L’etica della presenza era già chiarissima anche a un grande filosofo del I sec. d.C., ossia Seneca. Non è la vita a essere breve: siamo noi a renderla tale, dissipandola. Il presente è l’unico tempo che possediamo davvero: «Mentre rimandiamo, la vita passa.» Chi non vive nel presente vive come se fosse immortale. E poiché immortali non siamo, sprechiamo l’unica cosa che conta davvero: il tempo. Difendere, quindi, il “qui e ora” significa difendere la propria vita. Anche nella letteratura questa “semplice” verità, se ascoltata, diventa nutrimento per la nostra anima.
I personaggi di Dostoevskij soffrono perché fuggono il presente: vivono nella colpa, nel delirio, nell’attesa di una redenzione futura. Quando evitano il qui e ora, sprofondano. Non perché manchi loro qualcosa, ma perché evitano di guardare ciò che c’è. Quando invece attraversano il presente – nel dolore, nella responsabilità, nella verità – allora qualcosa si apre. Non una consolazione, ma una possibilità: quella di assumere le proprie scelte e di confrontarsi con il caos che abita l’uomo.
Dostoevskij lo dice senza indulgenza: «L’uomo ama costruire e tracciare strade, ma perché ha una così appassionata inclinazione anche per la distruzione e il caos?». Ed è proprio nel presente che questa lotta si decide. È lì che non possiamo più mentire a noi stessi.
Da un’altra angolazione, Proust, nel suo Alla ricerca del tempo perduto, ci mostra che il tempo non è quello che scorre, ma quello che si intensifica. La famosa madeleine dimostra che il tempo non è lineare, ma intensivo. Un istante vissuto, che sia nella memoria o nel presente, può davvero contenere un’intera esistenza, e se «Il vero paradiso è quello che abbiamo perduto», possiamo consapevolmente recuperarlo. Come vediamo, qui la letteratura, se ben compresa, diventa uno strumento potente per ritornare a sé stessi.
Forse allora il qui e ora non è una tecnica di benessere, di quelle che oggi imperano, né una moda spirituale di cui tanti guru si riempiono la bocca.
È il luogo in cui non possiamo più raccontarci storie e i grandi classici del pensiero e della letteratura sono la nostra cassetta degli attrezzi per comprendere le cose essenziali della vita, quelle che danno valore e autenticità; lì possiamo trovare non solo “provocazioni” che ci scuotono, ma anche possibili risposte.
Non aspettiamo quindi che la vita cominci perché siamo prudenti o non siamo pronti, ma perché essere presenti ci costringe a scegliere e a vivere pienamente il qui e ora.
Ed è questo che rende il presente così difficile da abitare: perché ci chiede di essere interi, senza rimandare parti di noi.
Viviamo dunque davvero nel presente o stiamo solo aspettando che la vita cominci?

Carlo Morriello


Nota sulle fonti
Le riflessioni e le citazioni presenti nel post fanno riferimento a opere del pensiero filosofico e letterario:

– Agostino d’Ippona, Confessioni, Libro XI (in particolare, cap. 26). La formula riportata nel post è spesso resa in modo sintetico nelle traduzioni, ma il concetto è pienamente agostiniano;

– Martin Heidegger, Essere e tempo, in particolare §§ 27, 38–40, 53–54;

– Lucio Anneo Seneca, De brevitate vitae, cap. 9;

– Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, Parte I, cap. 7;

– Marcel Proust, Il tempo ritrovato, ultimo volume di Alla ricerca del tempo perduto.

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