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«Dio perdona tante cose»: la notte decisiva dell’Innominato dei Promessi sposi.

Qualche giorno fa ho riletto le celebri pagine dei Promessi sposi nelle quali Manzoni descrive la conversione dell’Innominato. Questo episodio, presente nei capp. XXI XXIII, è uno dei più intensi e centrali del romanzo. L’Innominato è un potente signore violento e temuto, abituato a vivere nel male senza rimorsi. Incarna un male che sembra assoluto e invincibile, ma che viene incrinato dal risveglio della coscienza e dalla possibilità della redenzione. La svolta avviene dopo il rapimento di Lucia: il contatto con l’innocenza e la fede di lei provoca in lui una profonda crisi interiore che esplode in una notte insonne e angosciosa, durante la quale ossessivamente gli
tornano alla mente le parole dette da Lucia, sua prigioniera, che lo supplica di lasciarla andare: «Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia.». È una frase semplice ma potentissima, che scuote le certezze di lui e lo costringe a “guardarsi allo specchio” senza maschere, senza potere.

Manzoni non presenta la conversione come un miracolo improvviso e sensazionale, ma come un processo umano e spirituale credibile, pieno di sofferte domande, radicato nella coscienza dell’uomo. L’Innominato scopre così che il male compiuto non esclude la possibilità di redenzione e, grazie poi all’incontro con il cardinale Borromeo, conquista una nuova libertà interiore che si traduce immediatamente in azioni concrete: liberare Lucia e impegnarsi a cambiare vita.

L’episodio può essere – secondo me – analizzato da tre punti di vista:

  • psicologico: la conversione dell’Innominato nasce dal cedimento di una psiche costruita sulla violenza e su una specie di onnipotenza fondata sulla cattiveria. La conversione è una riorganizzazione dell’io: il male fatto non viene negato, ma riconosciuto, “guardato in faccia”, e questo riconoscimento apre una via d’uscita, permettendo all’Innominato di andare oltre. In questo senso mi sembra che un richiamo a Dante sia pertinente: come il poeta aveva nella Divina Commedia attraversato l’Inferno per poterne uscire e liberarsi dal male, così l’Innominato guarda in faccia il “suo” male per liberarsene, passando così dalla schiavitù del male alla libertà del bene;
  • religioso: la conversione si colloca nel cuore del cristianesimo manzoniano, centrato sulla grazia, sulla misericordia e sulla Provvidenza. Decisivi sono Lucia, con la sua fede semplice e realmente vissuta, e Federigo Borromeo, immagine di una Chiesa non giudicante ma accogliente. L’Innominato non si converte perché terrorizzato dall’inferno, ma perché scopre che Dio è possibilità di perdono. L’incontro con il cardinale è poi costruito come un rovesciamento: il potente criminale si scopre piccolo; il vescovo, nella sua umiltà, appare moralmente grande;
  • narrativo: Manzoni costruisce la conversione con grande abilità: l’Innominato, figura quasi leggendaria e senza nome, vive una notte angosciosa, fatta di monologo interiore e suspense psicologica, fino a quando non sopraggiunge l’alba, simbolo del passaggio dall’oscurità del male alla luce del bene. È uno dei pochi personaggi che nel romanzo cambia davvero, diventando memorabile e moralmente centrale. In conclusione, la vicenda ci ricorda che il male, anche quando appare così radicale e strutturato, non ha mai l’ultima parola sull’uomo. E in Manzoni la redenzione non cancella il passato, ma lo attraversa, mostrando che la libertà può rinascere proprio
    nel punto più oscuro della coscienza. È una lezione non solo letteraria, ma profondamente umana: finché l’uomo è capace di interrogarsi su sé stesso, resta sempre aperta la possibilità di cambiare e di ricominciare.

Carlo Morriello

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