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Quando Dante supera i limiti del linguaggio per dire l’indicibile.


Due esempi bellissimi: “Trasumanar” e “inluia(-rsi)”

Nel Paradiso della Divina Commedia, mentre Dante sta compiendo il viaggio che lo porterà alla visione finale di Dio (l’amor che move il sole e l’altre stelle), arriva a un punto in cui l’esperienza che sta vivendo non può più essere detta con le parole comuni. Il linguaggio e la ragione umana appaiono inadeguati per esprimere qualcosa che va oltre l’umano stesso. E allora cosa fa? Fa ciò che solo i grandi poeti sanno fare: inventa parole nuove per esprimere l’inesprimibile.
La prima è “trasumanar”: “Trasumanar significar per verba non si porìa; però l’essemplo bastia cui esperienza grazia serba.” (Paradiso, I, 70-72)
Qui Dante confessa che l’esperienza del salire al cielo va oltre l’umano. “Trasumanar” significa proprio questo: superare la condizione umana, essere trasformati interiormente, diventare capaci di percepire una realtà più alta. Non è ancora l’unione dell’anima con Dio, ma è il processo che la rende possibile. L’uomo cioè non è più solo uomo, va oltre sé stesso, ma non è ancora in piena comunione con il divino. È in uno stato – potremmo dire – di elevazione progressiva e spirituale, dicrescita autentica. È il viaggio che l’uomo naturalmente fa o dovrebbe fare. È in sostanza il passaggio:

  • dalla materia allo spirito
  • dalla terra al cielo
  • dalla percezione umana a quella, secondo Dante, illuminata dalla grazia e dalla sapienza divina E più avanti, nel canto IX del Paradiso, compare una parola ancora più radicale della prima: “inluia”: “Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia …” (Paradiso, IX, 73)
    Qui il significato è ancora più profondo di trasumanar: “inluia(-re/-rsi)” è un verbo coniato da Dante per dire che si entra in Dio, si è assorbiti dalla luce divina e si diventa tutt’uno con Lui. Non è più, come indicava trasumanar, la trasformazione in cammino, non è più un’elevazione progressiva, ma la meta mistica raggiunta. Inluia( re/-rsi) è un neologismo dantesco costruito su:
  • in- (dentro)
  • lui (Dio)
    Quindi: entrare in Dio fino a diventare una cosa sola con Lui. E ciò è un’esperienza mistica che va oltre il linguaggio e oltre l’umano stesso. Questo verbo (come anche il primo dei due che stiamo analizzando) mostra come le parole a volte non bastano più e, nello specifico, ci fa comprendere:
  • il limite del linguaggio umano davanti all’esperienza divina;
  • la tensione di tutta la Commedia: dall’uomo smarrito nella selva oscura, all’uomo che desidera unirsi a Dio, la meta cioè ultima dell’itinerario “mentis Deo”;
  • la capacità di Dante di forgiare parole nuove per superare i limiti del linguaggio umano e provare ad “afferrare” l’indicibile. In sostanza il linguaggio normale non basta più. E quando l’esperienza supera l’umano, Dante:
  • prima inventa una parola per dire la trasformazione (trasumanar);
  • poi ne inventa un’altra per dire la fusione mistica (inluia).
    È come se il linguaggio stesso dovesse evolversi insieme all’anima. In conclusione, per schematizzare e rendere più semplice il nostro discorso, potremmo dire così:
  • Trasumanar → il viaggio interiore, l’elevazione oltre l’umano, il processo
  • Inluia (-re) → l’approdo, l’unione con il divino, il fine ultimo del viaggio.
    Non sta a noi ricordare la grandezza di Dante, ma essa sta anche qui: quando cioè il linguaggio non basta più, non si arrende al silenzio, ma lo sfida, lo reinventa. E a noi consegna parole uniche che, pur dopo sette secoli, continuano a dire qualcosa di essenziale, autentico e significativo: che l’essere umano non è fatto per restare com’è, ma è immerso in un continuo divenire e deve trasformarsi, salire, andare oltre. Insomma, la poesia, quando è vera poesia, non descrive soltanto il mondo: lo supera, va oltre.

Carlo Morriello

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