una delle sue opere più importanti, scritta tra il 413 e il 426 d.C. È un’opera monumentale (costituita da ben 22 libri), nata in risposta al sacco di Roma del 410, quando molti pagani accusarono il cristianesimo di aver indebolito l’Impero. Agostino ribatte le accuse sviluppando una grande visione della storia. Lasciando da parte le moltissime argomentazioni contenute nell’opera, mi ha colpito un passo su cui mi è “caduto l’occhio”, passo che offre una riflessione sul senso della
vita e sulla fragilità dell’esistenza umana (XIX, 4):
«La vita mortale dell’uomo è piena di miserie e di tentazioni; e nessuno può dirsi veramente felice finché non sia giunto là dove non vi sarà più alcun timore di perder la felicità.»
Qui Sant’Agostino riflette sul fatto che:
- la vita terrena è segnata da instabilità, dolore e incertezza;
- ogni felicità mondana è precaria, perché può sempre essere perduta;
- la vera pienezza della vita non si trova nel presente storico, ma in un orizzonte più alto, dove la felicità non è più minacciata. Ogni frase è densa di spunti di riflessione e significati, i quali possono – secondo me – essere letti in chiave sia religiosa che esistenziale (che poi possono “intersecarsi” senza alcun problema di interpretazione).
Proviamo prima con quella religiosa:
«La vita mortale dell’uomo è piena di miserie e di tentazioni…»: Agostino sostiene che vivere significa essere esposti alla fragilità. Le “miserie” non sono solo il dolore fisico o le sventure esteriori, ma anche l’inquietudine interiore, l’errore, la paura di perdere ciò che amiamo. Le “tentazioni” indicano invece la divisione dell’uomo, costantemente esposto a desideri spesso contrastanti.
Non mi sembra che Agostino condanni la vita, tutt’altro; rifiuta forse ogni illusione di autosufficienza: l’uomo non è padrone pieno del proprio destino. «…e nessuno può dirsi veramente felice…»:
Un’affermazione – diremmo – radicale. Attenzione: Agostino non nega le gioie della vita, ma mette in discussione l’idea che esse possano costituire una felicità definitiva. La felicità, in sostanza, non è né un’emozione passeggera né una somma di successi, ma una condizione stabile, ontologica dell’anima. Finché la felicità dipende da ciò che può mutare — salute, relazioni, riconoscimento, potere — resta infatti
incompleta. «…finché non sia giunto là dove non vi sarà più alcun timore di perder la felicità»:
Qui si giunge forse al cuore del pensiero agostiniano: la vera felicità è tale solo se è inattaccabile, se non può essere perduta. La paura di perdere ciò che ci rende felici è, infatti, già una forma di infelicità. Per Agostino, quindi, la vita terrena è segnata da una tensione costante, da uno “squilibrio”: desideriamo una felicità assoluta, ma viviamo in un mondo che non può garantirla.
Se provassimo, invece, a fare ora una lettura scevra da ogni riferimento teologico, Sant’Agostino è quasi un precursore dell’esistenzialismo. Proviamo ad analizzare lo stesso pensiero dal punto di vista esistenziale:
- La vita come esposizione
Quando Agostino parla di “miserie e tentazioni”, possiamo leggerle come la condizione strutturale dell’esistenza. Vivere significa essere cioè esposti: al caso, al tempo, agli altri, a noi stessi. Non esiste una posizione neutra o sicura da cui osservare la vita senza esserne coinvolti. Ogni scelta comporta perdita, ogni legame comporta vulnerabilità. - La critica alla felicità come possesso «Nessuno può dirsi veramente felice» non è un giudizio morale, ma una critica a un’idea ingenua di felicità.
L’errore sta nel pensare la felicità come qualcosa che si possiede: uno stato raggiunto, un equilibrio conquistato, un traguardo stabile. E se la felicità dipende da ciò che può essere perso, allora è sempre accompagnata dall’angoscia della perdita. La felicità assoluta, intesa come sicurezza definitiva, è quindi incompatibile con la condizione umana. - La paura come criterio di verità Il punto più profondo del testo è, a mio avviso, questo: la vera infelicità non è il
dolore, ma il timore di perdere ciò che ci dà senso. In chiave esistenziale, la paura diventa un criterio di verità: ciò che temiamo di perdere rivela ciò su cui abbiamo fondato la nostra vita. Se il senso della mia esistenza è interamente legato a qualcosa di fragile, la mia vita sarà strutturalmente inquieta. Letto insomma in chiave religiosa o esistenziale, Agostino non promette una felicità futura, ma smonta l’illusione di una felicità garantita. Ci invita a una forma più matura di vivere: accettare che il senso non coincida con la sicurezza. La vita
autentica in sostanza non è quella priva di dolore. E qui precorre vari pensatori come Leopardi, Schopenhauer, Heidegger, Camus o Sartre.
Carlo Morriello

